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CARDIOTOCOGRAFIA, OVVERO IL MONITORAGGIO PRIMA DEL PARTO

Arrivate alla 39ima settimana nelle gravidanze fisiologiche o prima se c’è rischio di un parto anticipato, molte le mamme si sottopongono ad un appuntamento poco divertente ma molto importante: la cardiotocografia o analisi della frequenza cardiaca fetale, meglio nota come i monitoraggio o tracciato.

In che cosa consiste questa analisi e perchè è importante farla?

Innanzitutto è un’analisi non invasiva, completamente indolore che, attraverso uno strumento ad ultrasuoni (il cardiotocografo, appunto), permette di monitorare le variazioni del battito fetale nell’arco di trentra minuti. Normalmente le pulsazioni per essere nella norma devono oscillare tra 120 e 160 battiti al minuto durante tutta la gravidanza, e sono intorno alle 110 medie alla nascita. Se le pulsazioni sono costanti questo può significare due cose: il bambino sta dormendo oppure c’è sofferenza fetale. Per questo a volte il monitoraggio si protrae per più dei 30 minuti strettamente necessari: si deve aspettare che il piccoletto si svegli, per essere certi che ci sia una sofferenza. L’esame è, infatti, molto sensibile, quindi permette di individuare bene i casi di sofferenza, ma poco specifico, cioè da molti falsi positivi, ed è anche per questo che nelle gravidanze fisiologiche lo si esegue solo al termine e superata la data presunta del parto in modo giornaliero. Durante il monitoraggio, poi, viene anche monitorata la presenza o l’assenza di contrazioni uterine. L’esame non rientra tra quelli soggetti ad esenzione, ma superata la data presunta del parto lo diventa.

L’utilizzo di un esame così semplice può permettere di ridurre la morte perinatale ed è per questo che è così importante.


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RIDURRE LA MORTALITA’ NEONATALE: LE PRIORITA’ SECONDO LA SIP E LA SIN

Il terribile destino della piccola Nicole e il dolore dei suoi genitori sono ancora ben presenti nei nostri cuori. Come è possibile sia potuto accadere? In molti si fanno questa domanda senza trovare risposte. Anche per questo la Società Italiana di Pediatria (SIP) e la Società Italiana di Neonatologia (SIN) hanno diramato recentemente un comunicato congiunto con lo scopo di fare delle proposte concrete per ridurre la mortalità neonatale. Quali sono queste proposte, queste priorità di intervento?

Accorpamento dei piccoli punti nascita. Da tempo è previsto l’accorpamento dei punti nascita in cui avvengono meno di 500 nascite all’anno, in cui è difficile assicurare standard di sicurezza e assistenza adeguati, anche se poi si è aggirato tale obbligo con varie deroghe regionali. Attualmente il Ministro della Salute si è espresso alla Camera dei Deputati sulla necessità di procedere in tale direzione. SIP e SIN sottolineano come il numero minimo di parti all’anno che assicura un adeguato livello di condivisioni di risorse e percorsi assistenziali sia pari a 1000.

Potenziamento delle unità di terapia intensiva neonatale. Il problema maggiore in questo caso è che molto speppo le UTIN non sono sufficienti considerando i posti letto effettivamente disponibili. Per quali motivi? Sono diversi: la carenze di personale medico e/o infermieristico o da insufficienza di spazi o di attrezzature dedicate e aggiornate sul piano tecnologico. Il gap si avverte soprattutto nelle aree metropolitane in cui si concentrano gravidanze ad alto rischio provenienti da altre province o da territori sprovvisti di terapia intensiva neonatale.

Attivazione dello STEN (servizio di trasporto per l’emergenza neonatale) in tutte le regioni. Malgrado l’esistenza di decreti regionali e nazionali che definiscono la necessità e i criteri di realizzazione del servizio per l’emergenza neonatale (STEN), aree vaste anche metropolitane, proprio come quella di Catania, ne sono ancora oggi sprovviste. Le conseguenze di questa assenza è palese: ogni neonato con una patologia respiratoria nato in un centro senza terapia intensiva neonatale può non ricevere una assistenza adeguata in tempo utile per evitare il rischio di morire o di avere danni neurologici. Anche come vengono gestite a livello regionale le emergenze ha importanza: quando esiste una centrale di riferimento dedicata alla gestione delle emergenze neonatali il sistema funziona in modo migliore. E anche il modo il modo in cui si trasportano i neonati ad alto rischio conta: servono ambulanze tecnologicamente attrezzate ed equipe mediche in grado gestire le emergenze con una formazione specifica nella stabilizzazione e nel trasporto del neonato gravemente patologico. In Italia il trasporto dei neonati ad alto rischio è “a macchia di leopardo”: in alcune regioni è centralizzato, in altre lasciato in capo al singolo ospedale.


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